Yasujiro Ozu: il regista troppo giapponese.

Yasujiro Ozu: il regista troppo giapponese.

[dfd_heading content_alignment=”text-left” enable_delimiter=”” style=”style_10″ title_font_options=”tag:h1|color:%23c2451f” subtitle_font_options=”tag:h3″]Yasujiro Ozu: il regista troppo giapponese.[/dfd_heading]

Il cinema d’Oriente si presenta all’Occidente.

L’ingresso trionfale del cinema giapponese in Occidente ebbe luogo nel 1951, quando Rashomon (1950) venne presentato al Festival del cinema di Venezia e vinse il Leone d’oro. Il film diretto da Akira Kurosawa  si aggiudicò innumerevoli premi, tra cui l’Oscar come miglior film straniero, che consentì ai film orientali l’apertura dei mercati cinematografici occidentali. Nonostante questo grandioso debutto, Yasujiro Ozu, ancora oggi considerato uno dei maggiori maestri del cinema nipponico, non ricevette la stessa accoglienza dai festival cinematografici più famosi perché i suoi film erano considerati “troppo giapponesi” per essere in grado di attrarre i gusti degli spettatori occidentali.

Dopo la tragedia vissuta dal Giappone nella seconda guerra mondiale a causa dell’attentato atomico di Nagasaki e Hiroshima, la conseguente resa dell’esercito imperiale e l’occupazione dell’isola da parte delle truppe americane, caddero i valori tradizionali che fino a quel momento avevano sostenuto le strutture politiche e sociali del paese.

La cinematografia giapponese che agli esordi era conosciuta e amata dagli spettatori grazie a nobili e romantici drammi ambientati nell’era feudale, iniziò a puntare l’obiettivo della cinepresa su situazioni di vita contemporanea che avevano come protagonisti personaggi delle classi più umili.

Il regista con l’attrice giapponese Setsuko Hara.

Yasujiro Ozu si occupò di rappresentare attraverso i suoi film le storie dove dominava il tema del declino dei valori sociali tradizionali .

La naturale immobilità della cinepresa.

La telecamera doveva essere appena sopra il terreno, senza essere inclinata perché Ozu pensava che questo distorcesse l’immagine. Poiché la fotocamera doveva essere molto bassa, non esistevano supporti adatti, quindi l’operatore doveva sdraiarsi sul pavimento per osservare la scena attraverso il mirino della fotocamera. Una volta posizionata la telecamera nella posizione approvata da Ozu, nessuno doveva osare spostarla. Una volta è stato chiesto al regista come mai avesse eliminato l’uso di panorami e dissolvenze nei suoi film. Ozu rispose che i movimenti della fotocamera sono artificiali e allontanano lo spettatore dal realismo dell’immagine e, quando devono effettuati, tali movimenti devono essere impercettibili; per quanto riguarda le dissolvenze, rispose che non le aveva mai usate semplicemente perché avrebbero diminuito la qualità dell’immagine.

Esaltazione dell’essenziale.

Lo spettatore meno attento, davanti a un’opera di Ozu può avere la sensazione di assistere a un cinema primitivo, poco curato nei dettagli.

La mancanza di zoom e dissolvenze e di movimenti della macchina da presa, così radicati nel nostro sguardo occidentale sono espedienti stilistici finemente ricercati dal regista, così come la semplicità dei soggetti rattati e l’ascetismo che governa le sue scenografie.

Come un’opera pittorica di Hishikawa Moronobu (1618-1694) che utilizza la tecnica della xilografia giapponese per creare le sue maestose ed eleganti opere bidimensionali, così Ozu riprende “pittoricamente” con la macchina da presa le sue immagini appiattite sullo sfondo, senza luci o riferimenti all’esterno del quadro.

 

Setsuto Hara, musa del maestro Yasujiro Ozu.

La cerimonia dell’immagine.

Guardando un suo film capiamo che siamo di fronte a un artista che fa del cinema un rito sociale e spirituale, come la cerimonia del tè o un esercizio calligrafico, con tutta la sommessa eleganza che solo un nobile rituale giapponese sa trasmettere.

Ozu e la macchina da presa.

Con la cinepresa quasi a livello del suolo e l’eliminazione delle inquadrature panoramiche, Ozu insinua nell’inconscio degli spettatori occidentali un modo alternativo di rappresentare e analizzare la realtà.

La posizione bassa della fotocamera non risponde solo all’esigenza di riprendere determinati rituali e cerimoniali, ma posizionandola così vicina al pavimento, nel centro dell’immagine e ad angolo retto rispetto alla scenografia di fondo, si ottiene un’immagine bidimensionale, priva di profondità, dando la sensazione che ciò che si trova dietro ai personaggi sembra essere sopra di loro.

Chi era Yasujiro Ozu?

Nato da una famiglia di estrazione popolare, Yasujiro Ozu venne alla luce a Tokyo il 12 dicembre del 1903.

Primo piano del regista.

Fin da bambino era appassionato di cinema e saltava  la scuola per vedere film hollywoodiani nel cinema locale. Nel 1923 iniziò a lavorare come assistente di macchina da presa agli Shochiku Studios di Tokyo. Tre anni dopo fu nominato assistente alla regia, e l’anno dopo diresse il suo primo film, La spada del pentimento (1927).

La produzione artistica di Yasujiro Ozu trentacinque film muti e una trilogia di commedie giovanili che lo collocò  alla fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30  tra i più famosi registi giapponesi.

Realizzò tardivamente il suo primo film sonoro, Figlio unico del 1936, dopo aver manifestato una grande avversione verso questa innovazione tecnologica. Alla fine della guerra tornò alla regia e portò sul grande schermo le esperienze vissute durante la guerra, realizzando film dalle tematiche più tristi, scadenzate da un ritmo molto più lento di prima.

Morì il 12 dicembre del 1963, precisamente 60 anni dopo la sua nascita.

Un particolare che colpisce molto la mia fantasia, come se il regista avesse voluto eliminare orpelli inutili anche dalle sue note biografiche, includendo con questa sottrazione, anche la sua vita tra le sue opere cinematografiche.

I film più famosi di Yasujiro Ozu.

Il suo film più famoso, Viaggio a Tokyo (1953), è generalmente considerato da critici e appassionati di cinema come il suo “capolavoro” ed è valutato da molti non solo uno dei migliori film di Ozu, ma uno dei migliori film mai realizzati nella storia del cinema mondiale. Mirevoli produzioni cinematografiche, ormai classici del cinema giapponese sono Il sapore del riso al tè verde (1952), Erbe fluttuanti (1959) e Il gusto del saké (1962).

Il regista con la sua cinepresa.

6 Commenti
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    Renzo :-)
    Pubblicato: 16:52h, 11 Febbraio Rispondi

    Se vi piace Yasujiro Ozu, allora non potete perdere la filmografia di Akira Kurosawa!!!

    • Antonio De Renzo
      Antonio De Renzo
      Pubblicato: 13:39h, 14 Febbraio Rispondi

      Ciao Renzo,
      ottimo consiglio! Sono entrambi dei registi sublimi.

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    Virginia B.
    Pubblicato: 17:11h, 11 Febbraio Rispondi

    Buonasera Antonio, nel liceo Scientifico dove insegno a Padova, io con le mie colleghe, stiamo organizzando una piccola rassegna cinematografica dedicata all’Oriente e al suo raffinato linguaggio. Ci piacerebbe invitarla per illustrare ai ragazzi perché questi film sono diventati delle colonne portanti nella cinematografia mondiale. Sono sicura che, grazie al suo modo di raccontare fresco e frizzante, i nostri studenti saranno entusiasti di accoglierla!

    • Antonio De Renzo
      Antonio De Renzo
      Pubblicato: 13:38h, 14 Febbraio Rispondi

      Gentile Virginia,
      la ringrazio per il commento lusinghiero! Sarei entusiasta di partecipare alla vostra rassegna cinematografica.
      La contatto privatamente per accordarci in merito.

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    Oscar Manu
    Pubblicato: 17:35h, 11 Febbraio Rispondi

    E’ mai esistita una donna più bella di Setsuto Hara? Secondo me era stupenda, un’eleganza e una bellezza senza tempo.

    • Antonio De Renzo
      Antonio De Renzo
      Pubblicato: 21:15h, 12 Febbraio Rispondi

      Ciao Oscar,
      Setsuko Hara è stata la musa di Akira Kurosawa e di Yasujirō Ozu. La sua bellezza e la sua capacità espressiva hanno contribuito a rendere unici i lavori dei due registi.

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