Damien Hirst: la morte ti fa bello

Damien Hirst: la morte ti fa bello

[dfd_heading content_alignment=”text-left” enable_delimiter=”” style=”style_10″ title_font_options=”tag:h1|color:%23c2451f” subtitle_font_options=”tag:h3″]Damien Hirst: la morte ti fa bello[/dfd_heading]

L’effimera condizione dell’esistenza secondo Damien Hirst.

Damien Hirst nella Tate Gallery con una delle sue opere del ciclo “Kaleidoscope” painting.

La prima volta che ho visto da vicino un’opera di Damien Hirst è stato nei primi anni del 2000 a Bruxelles, in un ristorante il cui proprietario era un grande collezionista di opere d’arte contemporanea. Avevo letto sulla mia guida turistica che avrei potuto cenare accanto a un enorme lavoro dell’artista. Era uno dei suoi Kaleidoscope painting (caleidoscopi), un rosone dai colori sfavillanti dove al posto dei pigmenti erano state utilizzate delle ali di farfalla. Quel ristorante, con le luci soffuse e un faretto puntato sull’opera, mi dava la straniante sensazione di essere in una cattedrale gotica i cui ceri votivi diventavano le romantiche candele poste sui tavoli. Confesso che fui sconvolto da quell’immagine così forte, da quella che all’epoca considerai come la crudeltà che l’artista aveva usato nei confronti di quei bellissimi e fragili esseri solo per appagare il suo ego e forse anche la sua perversa creatività. Confesso anche che non riuscivo a staccare gli occhi da quell’opera dal lugubre fascino magnetico.

Opera presente alla mostra “Treasures from the wreck of unbelievable”.

“Mickey,” una scultura in bronzo di Mickey Mouse immaginata come un’antichità riemersa dal mare.

Chi è Damien Hirst?

Nato il 7 giugno 1965 a Bristol, Damien Hirst è un performer, pittore e artista concettuale la cui arte deliberatamente provocatoria affronta i concetti di vanitas e bellezza, morte e rinascita, tecnologia e mortalità mettendo in risalto attraverso le sue opere, l’estrema caducità dell’essere e della vita. Come Marcel Duchamp, attraverso la tecnica del Ready-made, Hirst utilizza oggetti già pronti, esistenti sia in natura, come ad esempio gli animali morti che fabbricati dall’uomo, come pillole e medicinali in genere, per un effetto scioccante e controverso.

Una foto di Hirst con la sua opera intitolata “For the love of God”.

Il suo primo passo importante nel mondo dell’arte lo ha compiuto nel 1995 ha vincendo il Turner Prize della Tate Britain, il principale premio della Gran Bretagna per l’arte contemporanea.

Attraverso le sue opere e le sue performance utilizzando animali morti conservati nella formaldeide, la reputazione di Hirst sia come artista che provocatore si diffuse rapidamente.
Una delle ultime opere più famose è un teschio umano ricoperto di platino e diamanti intitolato “For the love of god” (Per Amor di Dio) , probabilmente l’opera d’arte più costosa mai realizzata. Oltre a creare opere d’arte, Hirst scrive libri, progetta ristoranti, collabora a progetti di musica pop e sperimenta film. Un esempio emblematico è il film documetario “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”, un lungometraggio di 90 minuti che racconta il dietro le quinte della monumentale mostra di Damien Hirst esposta a Palazzo Grassi a Venezia nel 2017. La genialità nella produzione di questo film sta nel fatto che si racconta di come le opere presenti alla mostra siano state recuperate grazie al ritrovamento dei resti della nave Apistos, appartenuta al leggendario Cif Amotan II, naufragata nei primi secoli dopo Cristo al largo della costa orientale dell’Africa. Ovviamente la storia è tutta inventata, attirando le ire dei telespettatori che non conoscevano Hirst e la sua opera, ma è stato uno splendido corollario per la mostra di Venezia. Genialità, marketing e 65 milioni di dollari a disposizione hanno fatto il resto. Grazie alla piattaforma Netflix è possibile visionare il finto documentario.

Scena tratta dal documenario “treasures from the wreck of unbelievable”.

Damien Hirst: Formaldeide nel grembo materno.

Anni dopo ho rivisto le sue opere in una collettiva a Palazzo Grassi a Venezia dove, oltre ai Kaleidoscope painting, c’erano delle teche piene di formaldeide che contenevano a loro volta animali sezionati.

Quelle teche come degli uteri materni preservavano con il loro speciale liquido amniotico la morte invece che la vita. Quegli animali, già morti per vecchiaia o malattia o semplicemente destinati al macello, erano stati elevati a una condizione di eternità, preservandoli dalla corruttibilità, dal disfacimento della putrefazione, mantenendo inalterata nel tempo la loro bellezza… proprio come le farfalle, la cui vita dura a volte pochi giorni o pochi attimi.

“Jumping the shark”. Squalo in formaldeide.

Damien Hirst: vanitas vanitatum et omnia vanitas.

Il concetto di vanitas è sempre presente nelle opere di Damien Hirst così come nella pittura seicentesca si usava l’espediente stilistico della natura morta utilizzando elementi come teschi o candele spente, simboli che alludono al tema della caducità della vita.

Vanita, Philippe de Champaigne, 1671.

Tutta l’opera di Damien Hirst si basa sulla sfida che l’artista lancia allo spettatore costringendolo a riflettere su un aspetto della vita che l’uomo contemporaneo ha tentato di dimenticare: nel suo destino esiste la morte e il disfacimento del corpo, nonostante il suo sforzo per evitare questo naturale processo.
Il messaggio di Damien Hirst però non è solo cupo e triste.

“For the love of god”. Teschio umano, platino e diamanti.
Damien Hirst in qualche modo cerca di ridare bellezza e dignità anche alla morte, infatti la peculiarità delle sue opere è data dal fatto che riesce a estrapolare vitalità anche da un teschio umano, fondendolo nel platino e impreziosendolo con 8.601 diamanti tra cui un diamante rosa a forma di goccia (marquise), posto proprio sulla fronte del teschio.”For the Love of God”.

8 Commenti
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    Oceano
    Pubblicato: 17:02h, 11 Febbraio Rispondi

    “Treasures from the wreck of unbelievable”. Una mostra molto interessante. Trovo molto più accattivante il nuovo Hirst.

    • Antonio De Renzo
      Antonio De Renzo
      Pubblicato: 21:22h, 13 Febbraio Rispondi

      Ciao Oceano,
      anch’io penso che sia molto più accattivante l’ultima produzione artistica di Hirst anche se qualcuno, come ho già accennato in altre sedi, potrebbe pensare che sia solo un escamotage per rendere più commerciali le sue opere.
      A presto.

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    Rocco Marra
    Pubblicato: 17:22h, 11 Febbraio Rispondi

    Ho visto su Netflix il documentario “Treasures from the wreck of unbelievable”. Interessante e fatto molto bene.

    • Antonio De Renzo
      Antonio De Renzo
      Pubblicato: 00:34h, 13 Febbraio Rispondi

      Ciao Rocco,
      anch’io ovviamente ho visto su Netflix il documentario che ho trovato ben fatto e interessante dal punto di vista comunicativo e strategicamente vincente come tecnica di Marketing. Peccato abbia fatto “incavolare” milioni di telespettatori inconsapevoli del fatto che ciò che si raccontava nel docu/film non corrispondesse alla realtà. Ma di fronte a un’opera frutto della fantasia non è intelligente colui che sottolinea le discrepanze rispetto alla realtà ma colui che si lascia ingannare dall’arte e dall’artista stesso.

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    Oscar Manu
    Pubblicato: 17:32h, 11 Febbraio Rispondi

    Animali morti e teschi umani…non sarà un po’ troppo?

    • Antonio De Renzo
      Antonio De Renzo
      Pubblicato: 21:32h, 12 Febbraio Rispondi

      Ciao Oscar,
      indubbiamente utilizzare teschi umani e corpi di animali morti sono degli “espedienti stilistici” un po’ forti per la realizzazione di un’opera d’arte. Ma se fosse possibile, sarebbe opportuno avvicinarsi alle opere con occhi privi di pregiudizio e accogliere, per quanto possibile, il messaggio sulla caducità della vita espresso da Hirst. Credo che l’artista comunque si sia “ammormidito” nella produzione artistica dell’ultimo periodo, in particolar modo con le opere esposte alla mostra di Palazzo Grassi a Venezia “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”. In alcuni casi qualcuno potrebbe asserire che i lavori sono diventati quasi “ruffiani” o decorativi. Che anche Hirst si sia piegato ulteriormente alle esigenze delle regole del mercato? Prima lo shock e poi lo scheck? A voi l’ardua sentenza.

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    Giorgio Luca
    Pubblicato: 14:36h, 15 Novembre Rispondi

    La morte ti fa bello! Ottimo articolo e ottimo titolo.

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    Sasha
    Pubblicato: 21:29h, 07 Giugno Rispondi

    Damien un grande!

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